Il 17 e 18 ottobre Milano è stata attraversata dalle proteste contro il carovita, con cortei, scontri con la polizia e danni alla proprietà. Il governo ha risposto annunciando l'invio di altri 500 militari, mentre il dibattito pubblico si è concentrato soprattutto sulle questioni di ordine pubblico. Ma che cosa racconta davvero questa rabbia? Ne abbiamo parlato con Elena Granata, urbanista e professoressa associata al Politecnico di Milano, studiosa delle disuguaglianze urbane e da anni critica del cosiddetto «modello Milano». Nel suo libro La città è di tutti. Ciò che ha valore non ha prezzo (Einaudi, 2026) racconta come le nostre città siano diventate sempre più luoghi di consumo e sempre meno spazi di vita comune.
Queste proteste sembrano funzionare come macchie di Rorschach. Ognuno ci vede quel che vuole – un nuovo Sessantotto, un branco di delinquenti da reprimere – e quel che i commentatori scrivono sembra rivelare più cose su di loro che sulle proteste stesse.
La prima cosa che mi ha colpito è la psicosi collettiva. Un'enfasi enorme su episodi marginali, simbolicamente forti ma quantitativamente irrilevanti. Una manifestazione pacifica, un piccolo gruppo che supera la misura: tutta l'attenzione va lì. Si è toccato un nervo scoperto degli adulti: l'incapacità di tollerare l'imprevedibile. I ragazzi vanno bene, purché non si arrabbino. E intanto resta invisibile una generazione con pochissimi diritti sociali, civili, di futuro.
Perché proprio Milano?
È la città che più di tutte ha polarizzato la distanza tra i superricchi e i poverissimi. Il ceto medio è scomparso anche fisicamente: 50 mila persone sono andate via negli ultimi anni. A Milano puoi stare se sei molto ricco o molto povero. È l'opposto della tradizionale mescolanza italiana.
Ma Milano da anni si racconta come polo di inclusione e opportunità, perfino progressista.
Quella promessa è stata vera. Con Expo, intorno al 2015, Milano era un porto di mare inclusivo, come la Berlino di vent'anni prima: si arrivava con poco e si trovavano lavoro, casa, cerchie creative. Poi la rendita immobiliare ha colpito proprio gli stessi giovani che erano stati attratti da quel sogno. Gli ultimi anni di governo progressista sono stati il tradimento di quella promessa.
Il Duomo di Milano, nel centro della città. Foto d’archivio.
Una rivolta delle periferie contro il centro?
È una lettura falsa. La periferia è in realtà l'unico luogo dove si può ancora abitare. Il centro è spopolato, gentrificato; le periferie sono grandissime riserve di umanità e socialità. Non sono affatto certa che i protagonisti dei disordini venissero tutti dai quartieri stigmatizzati: nelle bande ci sono anche adolescenti inquieti del centro ricco. I social, da questo punto di vista, creano mescolanze inedite. Le vetrine sono un bersaglio simbolico, ma la narrazione anni Settanta della periferia contro il centro non esiste più.
Al netto del termine assai enfatico rispetto ai fatti, si è molto riflettuto sui "saccheggi" ai negozi: rivolta contro le merci o desiderio di possederle?
Attribuire troppo significato a un paio di scarpe mortifica una fame non solo di cose, ma di senso, visibilità, esistenza. Certo, l'“andiamo e portiamo via” può essere seduttivo. Ma si confonde il mezzo con il fine: il mezzo è il saccheggio, il fine è la visibilità, rompere quel vetro simbolico che li tiene fuori dalla società.
Rispetto a quelle francesi, spagnole, anche albanesi, qual è lo specifico delle proteste italiane?
La piazza degli studenti, in sintonia con gli altri paesi europei, c'è stata. Ma è stata oscurata, perlomeno nel racconto mediatico, dalla parte più rumorosa. La differenza chiave rispetto ad altri paesi è che finora per i ragazzi italiani è stato più facile immaginarsi fuori dall'Italia che militanti qui. Adesso qualcosa si è mosso: un segnale di vitalità.
Trump – non solo lui – dice che anche stavolta il punto è l'immigrazione.
È ideologico attribuire le violenze agli immigrati o alle seconde generazioni. Oltretutto ad alcuni di questi ragazzi si continuano a negare diritti essenziali: non hanno la cittadinanza, in alcuni casi non possono nemmeno partecipare alle gite scolastiche. Prima li priviamo di diritti, poi gli imputiamo la responsabilità. Alcuni possono certo introiettare modelli maschili violenti. Ma il tema non è l'immigrazione. Un termine ormai drammaticamente sdoganato come “maranza”, che fa rima con “devianza”, carica di negatività un'intera categoria di persone e trasforma dei ragazzini nei più potenti destabilizzatori di Milano. Una sproporzione sospetta.
Non è forse un caso che i racconti che tendono a criminalizzare le proteste siano tutti al maschile: in quelle rappresentazioni le ragazze scompaiono.
Questo è un passaggio fondamentale. Nelle proteste ci sono ragazze attrezzate culturalmente, capaci di pensare il cambiamento. Ma è più facile raccontare l'incappucciato, l'uomo nero delle favole. La femminilizzazione della protesta è un tema fortissimo: nelle ragazze la sensazione di essere doppiamente marginali diventa un punto di forza.
Da dove nasce l'ostilità degli adulti, dei media, del cosiddetto establishment?
Ci sono dei riflessi reazionari. C'è un grande astio verso il vitalismo dei giovani. Devono stare al loro posto, accontentarsi di lavoretti, non protestare se manca la casa. E la retorica del sacrificio, sostenuta da generazioni che quei sacrifici non li hanno fatti. È grottesco. In Italia si resta giovani fino a cinquant'anni, mai abbastanza adulti per assumersi responsabilità. È il cancro di questo paese.
Che cosa dovrebbe fare la politica?
Tornare a investire nella scuola pubblica. Lì c'è un esercito pacifico di insegnanti e genitori che conoscono quei ragazzi. Nel mio libro ho provato a semplificare la questione con il concetto della politica dei primi 5.000 giorni di vita, dalla nascita all'adolescenza: gioco, autonomia, sport, educazione affettiva. È il tempo per formare un cittadino. Invece le politiche mancano e contro l'infanzia e l'adolescenza si è scatenata una guerra. Da un lato i carri armati della destra, dall'altro il vago “mettiamoci in ascolto” della sinistra: due risposte grottesche.
È ottimista?
Sono incerta, ma saluto questo risveglio democratico. Alle proteste degli studenti nelle tende si è risposto con studentati di lusso. Queste proteste sono un bel segnale ma quello che mi manca, quello che mi piacerebbe vedere, è una generazione di vecchi o almeno di adulti scendere in piazza per figli e nipoti, schierarsi dalla parte del futuro. Invece molti si aggrappano al potere. Si sfrutta un piccolo incidente per militarizzare le città. Ma i carri armati non hanno mai risolto le questioni sociali.
Nato a Genova nel giorno in cui a Bel Air morì Truman Capote, dopo un lungo percorso di autocoscienza si è rassegnato all’idea che si tratta solo di una coincidenza. Laureato in Relazioni Internazionali e diplomato alla Holden ha lavorato a lungo nelle istituzioni europee, scrivendo nel tempo libero per L’Ultimo Uomo, Minima et Moralia, Pandora e altre testate. Nel 2018 entra nella redazione di Esquire Italia, di cui oggi è Digital Managing Editor. Ha scritto anche due libri e qualche sceneggiatura.

