Ci sono libri che arrivano in libreria. E poi ci sono libri che arrivano prima ancora di esistere sugli scaffali, che diventano conversazione, dibattito, ossessione collettiva. Yesteryear, romanzo d’esordio della scrittrice americana Caro Claire Burke, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Negli Stati Uniti se ne parlava mesi prima dell’uscita, prevista per aprile 2026. In Italia è finito nelle newsletter editoriali, nei video di BookTok e nelle discussioni social ancora prima che esistesse una traduzione. Risultato: Neri Pozza, la casa editrice italiana che detiene i diritti, ha fatto marcia indietro sui tempi, anticipando l’uscita dal 2027 a novembre 2026.
E in effetti i numeri parlano chiaro: dal 7 aprile 2026, data di pubblicazione negli Stati Uniti, Yesteryear ha venduto quasi un milione e mezzo di copie. Un risultato straordinario per qualsiasi romanzo, eccezionale per un’esordiente. Da 18 settimane è stabilmente tra i primi cinque titoli della classifica bestseller del New York Times. È stato scelto dal Good Morning America Book Club, ha conquistato la vetta della classifica BookTok ed è diventato uno dei titoli più discussi nei gruppi di lettura americani. L’editore Alfred A. Knopf, che si aggiudicò i diritti nel 2024 dopo un’asta serrata con altre 11 case editrici, sborsando oltre un milione di euro, può oggi ritenersi più che soddisfatto.
All’epoca molti addetti ai lavori avevano considerato l’operazione azzardata, una scommessa troppo rischiosa su un’autrice sconosciuta. Poche settimane dopo, Amazon MGM Studios rilanciava acquisendo i diritti cinematografici e annunciando Anne Hathaway come co-produttrice e protagonista. Un segnale inequivocabile: questa storia aveva tutti gli ingredienti per diventare un fenomeno culturale. Ma cosa rende Yesteryear così irresistibile? La risposta sta nella sua premessa narrativa, tanto semplice quanto geniale: prendere un’influencer che ha costruito un impero digitale glorificando il patriarcato e i “valori tradizionali“, e catapultarla nel 1885, costringendola a vivere davvero ciò che predicava dal comodo divano di casa sua.
La protagonista è Natalie Mills, celebre tradwife americana. Per chi non frequenta i social, le tradwife (traditional wives, mogli tradizionali) sono influencer che promuovono uno stile di vita ultraconservatore e antifemminista, basato su una divisione rigida dei ruoli di genere: l’uomo provvede economicamente alla famiglia, la donna si occupa di casa, figli e marito. Natalie ha milioni di follower che la osservano mentre impasta pane fatto in casa, cresce i figli, cucina tutto rigorosamente from scratch, vive in una fattoria idilliaca accanto a un marito cowboy. Tutto perfetto, tutto patinato, tutto accuratamente illuminato, montato e progettato da uno stuolo di collaboratori, tate e assistenti. Perché, sia chiaro, quella “spontaneità” è un prodotto commerciale che genera introiti consistenti.
Un giorno accade l’inspiegabile: Natalie si risveglia nel 1885. Non come esperimento social, non come contenuto virale, ma davvero. E scopre che essere una donna nel contesto rurale di quasi due secoli fa non ha nulla a che vedere con la fantasia edulcorata che vende online. Niente riscaldamento, niente smartphone, niente conto in banca personale e soprattutto niente diritti civili. Il patriarcato tanto idealizzato si rivela nella sua brutalità concreta: un sistema di fatiche, privazioni, subordinazione e pura sopravvivenza. Un incubo da cui la protagonista deve trovare il modo di fuggire.
Burke utilizza uno degli espedienti classici della fantascienza, il viaggio nel tempo, per innescare una riflessione feroce e contemporanea. Non è un caso che il romanzo sia uscito proprio ora, nel momento in cui il dibattito sui ruoli di genere e sul mito del ritorno ai “valori tradizionali” è più acceso che mai. Le tradwife non sono un fenomeno marginale: creator come Nara Smith o Hannah Neeleman, fondatrice di Ballerina Farm (fatturato stimato attorno ai 70 milioni di dollari annui), contano milioni di follower e muovono un indotto economico considerevole. Per alcuni rappresentano un’alternativa al modello della donna contemporanea, sempre produttiva e performante.
@contessadelsagrato Inutile dire che io abbia immaginato Nathalie con le *esatte* sembianze di Hannah di Ballerina farm #yesteryear #recensione #booktok #booktokitalia #fyp ♬ audio originale – Erica
Per altri sono la versione patinata di un progetto culturale regressivo che alimenta lo stesso immaginario “ordinato” e binario della manosfera, dei movimenti redpill e di una parte della destra conservatrice. Yesteryear mette alla prova proprio questo immaginario: vi piace tanto il passato? Provate a viverci davvero. Ed è qui che il romanzo mostra il suo lato più affilato. Non è una critica alla nostalgia in sé, ma alla nostalgia che diventa ideologia. Burke prende quell’idea idealizzata del passato e la porta fino alle sue estreme conseguenze, smontando pezzo per pezzo la retorica del “si stava meglio quando si stava peggio“. Il suo bersaglio non sono tanto le tradwife quanto l’idea, sempre più diffusa, che basti guardare indietro per trovare risposte semplici a problemi complessi.
Caro Claire Burke non era propriamente una sconosciuta prima di Yesteryear. Aveva pubblicato racconti su testate importanti come Marie Claire, Bustle e l’Atlantic. Ma la sua vera rampa di lancio è stata TikTok, dove ha costruito un seguito consistente commentando temi legati al femminismo e alle questioni di genere, spesso in aperta polemica con le influencer tradwife. Nel 2023 è diventata coautrice di Diabolical Lies, newsletter dedicata agli stessi argomenti, oggi la seconda pubblicazione più letta al mondo nella sezione Cultura di Substack, subito dopo quella di Selvaggia Lucarelli. Quando presentò Yesteryear alle case editrici era ancora un’esordiente, ma l’esperienza accumulata su un tema così specifico e attuale la rendeva una delle persone più adatte a scrivere un romanzo del genere.
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L’idea le venne nel 2024, dopo che una casa editrice aveva rifiutato un suo manoscritto. Decise di prendersi una pausa dalla scrittura e cominciò a trascorrere più tempo su TikTok, proprio nel periodo in cui le tradwife stavano esplodendo sui social. Aprì un profilo, prese posizione contro queste influencer e ottenne rapidamente un vasto seguito. Nei suoi reel citava autrici come Toni Morrison e bell hooks, che avevano influenzato la sua formazione da scrittrice e femminista. I suoi contenuti furono notati da figure importanti del mondo letterario e dello spettacolo, inclusa Anne Hathaway, che sarebbe poi diventata una delle principali sostenitrici del suo lavoro e che Burke ringrazia nelle pagine finali del romanzo.
Per evitare che altre colleghe sviluppassero idee simili, Burke scrisse la prima bozza di Yesteryear in tempi record: nove settimane, lavorando ogni giorno con un obiettivo minimo di tremila parole al giorno. “Era un flusso di coscienza. Pensavo: non rallentare, arriva alla fine. Poi correggevo quello che avevo scritto e il giorno dopo ricominciavo tutto da capo“, ha raccontato in un’intervista al New Yorker.
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Le recensioni sono state perlopiù entusiaste. Michelle Ruiz del New York Times ha apprezzato soprattutto la caratterizzazione di Natalie, una protagonista dalle idee estreme e contraddittorie che Burke rende al tempo stesso irritante e magnetica, trascinando il lettore dentro la sua visione del mondo. Secondo Aiden Arata del Los Angeles Times, il romanzo “offre una rivisitazione pungente e a tratti straziante del classico scontro tra la vita su Instagram e la realtà, e uno spazio per affrontare la nostra responsabilità all’interno dei confini sicuri della finzione”. Rhiannon Lucy Cosslett del Guardian ha definito Yesteryear una satira feroce che funziona proprio perché non si limita a ridicolizzare, ma costringe a fare i conti con le contraddizioni del presente.
Non mancano le voci critiche. C’è chi accusa Burke di aver tratteggiato una donna cristiana troppo stereotipata, chi sostiene che un’idea narrativa brillante finisca per disperdersi nello sviluppo della trama. Le recensioni non sono unanimi. Ma come accadde con Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood, il dibattito va oltre i meriti letterari del romanzo. A infiammare lettori e lettrici è soprattutto il suo nucleo tematico: i diritti delle donne, i ruoli di genere, il rapporto tra emancipazione e tradizione.
C’è un altro livello di lettura che rende Yesteryear particolarmente rilevante: la riflessione sul modo in cui costruiamo il presente, tra realtà manipolate, identità progettate e immagini studiate al millimetro. Burke intercetta una delle ossessioni più profonde del nostro tempo, il desiderio di apparire autentici e insieme perfetti, impeccabili. E si chiede che cosa resti quando la messinscena finisce, quando i filtri cadono e la recita si interrompe.